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L'affondamento del Laconia: la testimonianza del Serg. Magg. Pietro Pazzaglia

Il 12 settembre 1942, durante la Seconda Guerra Mondiale, la nave britannica RMS Laconia fu silurata dall’U-Boot tedesco U-156 al largo delle coste dell'Africa occidentale. A bordo vi erano circa 2.732 persone, tra cui prigionieri di guerra italiani, passeggeri civili, membri dell'equipaggio britannico e polacco, e soldati alleati. Quello che seguì fu una delle tragedie più controverse del conflitto, segnata non solo dalla distruzione della nave, ma anche da episodi di disumanità e coraggio.

Tra i sopravvissuti, il sergente maggiore Pietro Pazzaglia, nato nel 1910 a Castiglione dei Pepoli (BO), offre un resoconto diretto e struggente di quella notte fatale. Prigioniero di guerra catturato durante la prima battaglia di El Alamein, Pazzaglia si trovava rinchiuso nelle stive del Laconia, insieme a centinaia di altri prigionieri italiani.

Alle ore 20:07, il primo siluro colpì il Laconia. Pazzaglia ricorda il frastuono assordante e gli effetti devastanti che si propagarono nelle stive, dove lui e molti altri erano rinchiusi. Consapevole che la situazione era disperata, si unì a un gruppo di prigionieri che tentava di forzare i cancelli per sfuggire all’annegamento. I carcerieri polacchi, armati di pistole e baionette, cercarono di respingere i fuggitivi, sparando e ferendo alcuni di loro. Nonostante ciò, i prigionieri riuscirono a sfondare le barriere e raggiungere il ponte superiore.

Una volta sul ponte, Pazzaglia si trovò di fronte a uno scenario apocalittico. La nave, inclinata pericolosamente, era ormai priva di lance di salvataggio, già calate in mare o distrutte nell’attacco. Passeggeri civili si abbracciavano in un ultimo gesto d’amore prima di lanciarsi in acqua. Molti venivano risucchiati dai mulinelli generati dall’imbarcazione in affondamento. La morte era ovunque: un mix di disperazione e caos che minacciava di travolgere chiunque non mantenesse la lucidità.

Pazzaglia decise di non gettarsi subito in acqua. In una mossa che dimostra grande presenza di spirito, si diresse verso le cucine per cercare del cibo, convinto che le ore successive sarebbero state cruciali per la sopravvivenza. Prese ciò che poté, preparandosi al lungo confronto con le acque gelide dell’Oceano Atlantico. Quando si lanciò in acqua, cercò di evitare la calca per aumentare le sue possibilità di sopravvivenza. L’oceano era uno scenario di morte: corpi mutilati galleggiavano tra i detriti, naufraghi venivano attaccati dagli squali e le grida di disperazione riempivano l’aria.

Aggiungendo ulteriore crudeltà alla tragedia, i membri inglesi e polacchi dell’equipaggio, già a bordo delle scialuppe sovraffollate, respingevano i naufraghi italiani con bastoni e remi. Nei casi più estremi, tagliavano le mani di coloro che tentavano di aggrapparsi ai bordi delle lance. Pazzaglia assistette impotente a queste atrocità, cercando un appiglio per restare a galla.

Per oltre sei ore, il sottufficiale del Regio Esercito Italiano lottò contro il freddo e la progressiva stanchezza. A un certo punto, le sue forze vennero meno e si affidò alla sua fede, invocando Sant’Antonio da Padova, al quale era devoto. Fu in quel momento di disperazione che avvertì un sussulto: una scialuppa di salvataggio, governata da soldati inglesi o statunitensi, lo trasse a bordo. Esausto e ridotto ad un peso di 35 kg e traumatizzato per la sconvolgente vicenda, ricevette una tazza di tè che gli restituì un minimo di calore e speranza.

Il racconto di Pietro Pazzaglia (scomparso nel 1978) mette in luce sia la brutalità della guerra sia la forza dello spirito umano. Questa breve testimonianza intende rendere onore alle numerose vittime di quella immane tragedia, al fine di mantenere viva la memoria storica per le generazioni future.

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