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Distinguere il vero e il falso nell'era dell'immagine

Marcuse ha criticato con forza i meccanismi della società contemporanea, sottolineando come la "politica dello spettacolo" rappresenti una delle manifestazioni più subdole di controllo sociale. Nella sua visione, il dibattito pubblico si riduce a una rappresentazione teatrale in cui i contenuti sono svuotati di sostanza, lasciando spazio alla manipolazione delle opinioni attraverso immagini accattivanti e narrazioni emotive.

Oggi, nell’epoca dei social media e della comunicazione digitale, la politica sembra ancor più improntata all’apparenza, dove l’immagine del leader e la viralità dei messaggi prevalgono sulla profondità dei contenuti. Per comprendere le implicazioni di questo fenomeno, è necessario riflettere su tre questioni fondamentali: l’influenza dei media sulle scelte politiche, i metodi per distinguere le informazioni veritiere dalle fake news e i criteri con cui valutare l’effettivo operato dei politici.

I mass media giocano un ruolo determinante nel plasmare le opinioni politiche. Fin dai tempi della televisione, passando per i giornali e le radio, fino ad arrivare ai social network, la mediazione dell’informazione ha sempre esercitato un’influenza sulla percezione della realtà. Tuttavia, oggi questa influenza è amplificata da algoritmi sofisticati e da dinamiche di attenzione che privilegiano emozioni forti e messaggi semplificati.

La politica dello spettacolo si nutre di questa logica distorta. I politici, consapevoli del potere mediatico, spesso adottano strategie comunicative mirate a catturare l’attenzione, puntando più sull’impatto visivo ed emotivo che sulla solidità delle argomentazioni. Si pensi, ad esempio, alle conferenze stampa trasformate in show, ai discorsi brevi pensati per essere condivisi sui social o agli slogan elettorali studiati per condensare intere ideologie in poche parole accattivanti.

I social media, in particolare, hanno introdotto una dinamica senza precedenti: l’interazione diretta con gli elettori. Tuttavia, questa immediatezza è ambivalente. Da un lato, democratizza l’accesso al dibattito; dall’altro, favorisce la polarizzazione e la semplificazione. Gli algoritmi delle piattaforme tendono infatti a premiare contenuti polarizzanti, che generano reazioni viscerali e aumentano il tempo di permanenza degli utenti. Così, la complessità del discorso politico si perde, lasciando spazio a un’arena dominata da contrapposizioni binarie, fake news e narrazioni populiste.

La proliferazione delle notizie false è uno dei problemi più gravi dell’attuale ecosistema informativo. La capacità di diffondere notizie false, a basso costo e su larga scala, rappresenta una minaccia non solo per l’informazione, ma per la democrazia stessa. Le fake news sfruttano meccanismi psicologici ben documentati, come il confirmation bias, che porta le persone a credere in notizie che confermano le proprie opinioni preesistenti.

La politica dello spettacolo non è una condizione inevitabile: essa appresenta, piuttosto, il risultato di scelte culturali, economiche e tecnologiche che possono essere messe in discussione. Il cittadino ha un ruolo centrale in questo processo. È attraverso la partecipazione attiva, l’educazione all’informazione e un esercizio consapevole del diritto di voto che si può contrastare la spettacolarizzazione della politica.

Come scriveva lo stesso Herbert Marcuse, l’emancipazione non passa attraverso un’accettazione passiva della realtà, ma attraverso un pensiero critico che metta in discussione le narrazioni dominanti. Nell’epoca della comunicazione digitale, questo significa reclamare uno spazio pubblico dove il dibattito politico torni a essere un confronto di idee e non un gioco di immagini e di falsità.

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